CIRCOLARE N. 224-Trasferimento del lavoratore ed assistenza a familiare disabile.   Stampa questo documento dal titolo: . Stampa

CIRCOLARE N. 224 Prot. 11169/2012 28/08/2012   Ai Presidenti dei Consigli Regionali dell’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti – ONLUS   Ai Presidenti delle Sezioni Provinciali dell’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti – ONLUS   Ai Consiglieri Nazionali dell’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti – ONLUS   Ai componenti del collegio dei Probiviri dell’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti – ONLUS   LORO SEDI       Questa circolare e’ presente in forma digitale sul Sito Internet: http://www.uiciechi.it/documentazione/circolari/main_circ.asp         OGGETTO: Trasferimento del lavoratore ed assistenza a familiare disabile.     Si informa che la Suprema Corte di Cassazione, con la recente sentenza n. 9201 del 7 giugno 2012, e’ intervenuta nella materia dell’assistenza ai familiari disabili confermando che il diritto del lavoratore a non essere trasferito ad altra sede lavorativa senza il proprio consenso non puo’ subire limitazioni anche allorquando la disabilita’ del familiare non sia espressamente riconosciuta come grave. La inamovibilita’ del lavoratore e’, infatti, giustificata dalla cura e dall’assistenza che deve essere prestata al familiare con lui convivente, sempre che non risultino provate da parte del datore di lavoro specifiche esigenze datoriali che, in un equilibrato bilanciamento di interessi, risultino effettive, urgenti e comunque insuscettibili di essere diversamente soddisfatte. La vicenda dalla quale e’ derivata questa importante decisione e’ incentrata sul trasferimento di un lavoratore che prestava assistenza al familiare con disabilita’ disposto in un’epoca temporale (anno 1997) in cui vigeva la precedente disciplina normativa della legge n. 104/1992 non ancora novellata dai provvedimenti degli ultimi anni. In particolare, la Corte d’Appello aveva ritenuto legittimo il trasferimento del lavoratore deducendo che la legge n. 104/1992, art. 33, comma 5, prevede delle agevolazioni condizionate esclusivamente all’handicap grave o tale da richiedere assistenza continua. E nel caso di specie, la condizione di gravita’ non era stata accertata dalla Commissione competente, pertanto, non sussisteva la necessita’ di prestazioni assistenziali permanenti incompatibili con la sede lavorativa distante. La Corte di Cassazione ha, invece, ricostruito l’excursus normativo e giurisprudenziale in tema di agevolazioni accordate dall’ordinamento al lavoratore che accudisce il familiare che versa in stato di handicap, con particolare riferimento alla disciplina del trasferimento dalla sede lavorativa. Sembra utile ripercorrere brevemente tale excursus. L’art. 33, comma 5, della citata legge n. 104/1992 disponeva inizialmente che il familiare lavoratore non poteva essere trasferito senza il suo consenso ad altra sede lavorativa se lo stesso assisteva con continuita’ il familiare handicappato in situazione di gravita’ con lui convivente. Successivamente, il suindicato comma e’ stato modificato dalla legge n. 53/2000 che ha eliminato il requisito della convivenza (art. 19) e ha precisato che l’assistenza doveva essere prestata con continuita’ ed in via esclusiva (art. 20). Da ultimo l’art. 24, comma 1, lett. b) della legge n. 183/2010 (c.d. Collegato lavoro) ha novellato la disposizione de qua che cosi’ attualmente recita: “Il lavoratore di cui al comma 3 ha diritto a scegliere, ove possibile, la sede di lavoro piu’ vicina al domicilio della persona da assistere e non puo’ essere trasferito senza il suo consenso ad altra sede” (sul punto cfr. circolari UIC nn. 239, 272 e 290 del 2010). Nelle motivazioni della sentenza la Corte ha ricostruito la finalita’ della legge n. 104/1992, evidenziandone la centralita’ del ruolo della famiglia nell’assistenza del disabile, sia alla luce della giurisprudenza costituzionale sia alla luce dei principi internazionali e comunitari affermati nella Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilita’ (adottata dall’Assemblea Generale il 13 dicembre 2006 e ratificata dall’Italia con la legge n. 18/2009) e nella Carta di Nizza del 7 dicembre 2000. In quest’ottica, la Corte ha precisato, altresi’, che “l’efficacia della tutela della persona con disabilita’ si realizza anche mediante la regolamentazione del contratto di lavoro in cui e’ parte il familiare della persona tutelata, la’ dove il riconoscimento di diritti in capo al lavoratore e’ in funzione del diritto del congiunto con disabilita’ alle immutate condizioni di assistenza”. Pertanto, secondo l’iter logico-motivazionale della Corte, le misure previste dall’art. 33, comma 5, della citata legge devono essere intese come razionalmente inserite in un ampio complesso normativo anche alla luce dei principi e valori costituzionali volti a tutela della persona del disabile. Secondo i giudici di legittimita’, “l’applicazione dell’art. 33, comma 5, cit., postula, di volta in volta, un bilanciamento di interessi valido, in via generale, per tutti i trasferimenti, atteso il disposto dell’art. 2103 c.c., che, nel periodo finale del primo comma, statuisce che il lavoratore non puo’ essere trasferito da un’unita’ produttiva ad un’altra . L’onere probatorio, che incombe, pertanto, sul datore di lavoro con riferimento all’esigenza dell’impresa di variare la sede lavorativa sta ad attestare che il provvedimento di trasferimento e’ destinato ad avere, nella generalita’ dei casi, ricadute soventi pregiudizievoli per il lavoratore sotto diversi versanti, incidenti non di rado oltre che sul piano economico anche su quello familiare per interrompere, per tempi non limitati, quei rapporti di affetti e di solidarieta’ quotidiana fondanti la comunita’ familiare, tanto piu’ pregnanti e gravosi ove il nucleo familiare veda presenti minori, anziani, diversamente bisognevoli di cura e dedizione”. In conclusione, la Corte di Cassazione con la suddetta sentenza ha esteso e rafforzato la normativa in commento ed ha dichiarato illegittimo il trasferimento del lavoratore che assiste un familiare portatore di handicap anche non grave, qualora il datore di lavoro non abbia prodotto alcun motivo che, in un bilanciamento degli interessi, possa giustificare la perdita di cure da parte del soggetto debole. Si pregano le strutture in indirizzo a dare alla presente la piu’ ampia diffusione attraverso i propri strumenti comunicativi.   Cordiali saluti. IL PRESIDENTE NAZIONALE Prof. Tommaso Daniele

Pubblicazione del: 14-09-2012
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